Fonti di guadagno

24 Luglio 2008 1 commento

Non vi è niente di più disonorevole per un uomo d’onore che la prostituzione. Ciò non è valido in America, dove l’"evoluzione" della mafia permette lo sfruttamento delle prostitute da 2000 dollari a notte senza la perdita di onore e rispettabilità.

Lo stesso vale per il gioco d’azzardo.
In Sicilia, invece, Cosa Nostra non annovera il gioco tra le attività riconosciute. Non esiste l’esempio di un solo mafioso che gestisca case da gioco.
Vi erano comunque uomini d’onore dalla passione per casinò o bische, ma non ottenevano nessun prestigio da questo genere di attività. E’ tollerata a titolo personale ma provoca un richiamo se troppo vistosa.

Sono invece praticate in modo sistematico le estorsioni, che costituiscono un mezzo efficace per consolidare il controllo sul territorio. Esse procurano, oltre enormi redditi, il riconoscimento concreto dell’autorità mafiosa.
La pratica è cambiata con il passare degli anni: inizialmente si chiedeva un "contributo" ad un negoziante perchè aiutasse l’organizzazione a provvedere ai bisogni di coloro che stavano in carcere, in cambio della protezione effettiva dell’attività della vittima.
Oggi la tangente si riduce ad un semplice riconoscimento dell’autorità di una data famiglia su un determinato territorio, ma non garantendo la protezione come avveniva precedentemente.
Per il commerciante il pizzo è diventato un costo supplementare, aggiunto al normale rischio di rapine.
Le tangenti servono ad autofinanziare la propria famiglia, dai soldati alla manodopera. Vengono cioè stipendiati mensilmente coloro utilizzati per lo spaccio, come prestanome o come copertura di grandi delitti.

Inoltre è cambiato anche il rapporto tra Cosa Nostra e criminalità comune: mentre prima la mafia spesso uccideva i piccoli criminali colpevoli di disordini all’interno di un territorio controllato da una famiglia, ora sembra che la mafia favorisca questi malviventi, dimostrando benevolenza.

E’ probabile che ciò faccia parte della strategia dei Corleonesi, che in questo modo vogliono costringere le forze dell’ordine ad impegnarsi anche contro la microcriminalità, e allo stesso tempo creare problemi alle famiglie delle grandi città per ottenere così maggior potere.

La droga è la fonte principale dei guadagni di Cosa Nostra, che dal 1980 controlla gran parte del traffico mondiale destinato negli USA.
Sono numerose le persone impegnate: dell’acquisto sono incaricati coloro che conoscono meglio le rotte dei contrabbandieri mediorientali, della raffinazione quelli già dotati di una certa specializzazione in materia, della vendite le persone più svariate.
Il dominio nel traffico di stupefacenti iniziò negli anni Settanta, quando tutti i migliori magistrati e la maggior parte delle forze dell’ordine erano impegnato nella lotta contro le Brigate Rosse.

Ogni forma di guadagno significa riciclaggio di denaro, dato che è impensabile che i profitti giungano ai beneficiari per vie legali.
Questo avviene grazie ad esperti di finanza internazionale che si pongono al servizio della criminalità organizzata per trasferire capitali di origine illecita verso Paesi più ospitali, i cosiddetti "paradisi fiscali".

E’ sempre difficile individuare queste operazioni perchè servirebbe una seria collaborazione tra gli Stati interessati.

Parlando dei guadagni della mafia non si possono trascurare appalti e subappalti. Qualsiasi impresa, per lavorare in Sicilia, deve sottostare alle condizioni e al controllo territoriale della mafia.
Il condizionamento delle gare d’appalto si realizza sia nelle fasi di aggiudicazione dei lavori (gli imprenditori mafiosi conoscono i meccanismi e impongono pressioni sui funzionari) sia nella fase di esecuzione delle opere (chiunque si occupi di opere pubbliche in Sicilia deve acquistare i materiali da determinati fornitori piuttosto che da altri).

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La violenza interna

24 Luglio 2008 Nessun commento

La violenza interna all’organizzazione è più difficile da comprendere.
Ci è difficile infatti pensare che risponda ad una logica, che la mafia non abbia altro mezzo, per ristabilire l’ordine interno, se non quello di uccidere.
Dobbiamo però ricordare che Cosa Nostra è un’organizzazione, a modo suo, giuridica, il cui regolamento, per essere rispettato e applicato, necessita di meccanismo effettivi di sanzioni.
Dal momento che all’interno dello stato-mafia non esistono nè tribunali nè forze dell’ordine, è indispensabile che ogni suo "cittadino" sappia che il castigo è inevitabile e che la sentenza verrà eseguita immediatamente.
Chi viola le regole sa che pagherà con la vita.

Uno di esempi maggiori di lotta interna è stata la famosa "Grande Guerra" del 1981-83.
Si tratta del secondo grande conflitto, dopo quello svolto nel 1962-63, all’interno di Cosa Nostra tra due fazioni rivali: una facente capo ai Corleonesi, l’altra al palermitano Stefano Bontade.

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Strumenti di morte

24 Luglio 2008 Nessun commento

Cosa Nostra possiede un arsenale completo di strumenti di morte: la lupara, il famoso fucile a canne mozze che una volta firmava i delitti mafiosi, è sempre meno adatta alle esigenze della mafia moderna che oggi preferisce generalmente le armi a canna corta come la calibro 38 e la 357 Magnum a proiettili dirompenti.
Per l’attentato a Falcone nel 1989 alla villa dell’Addaura furono piazzati 50 candelotti di esplosivo tra gli scogli.
Per gli attentati più difficili e complessi vanno bene le armi a canna lunga di fabbricazione straniera come kalashnikov, bazooka e fucili lanciagranate.
Per non parlare degli esplosivi usati anche nel 1983 (assassinio del Giudice Rocco Chinnici), nel 1992 (stragi costate la vita a Falcone e Borsellino) e nel 1993 (attentati a Roma, Milano e Firenze).

In ogni caso il modo migliore resta la lupara bianca ovvero la scomparsa della vittima senza tracce del cadavere e nemmeno di sangue.
La mafia preferisce le operazioni discrete che non attirano attenzione ed ecco perchè lo strangolamento si è affermato come la principale tecnica di omicidio di Cosa Nostra: niente rumore, niente sangue. Poi, una volta strangolata, la vittima viene sciolta nell’acido.
Il ragionamento dei mafiosi è semplice: se si attira qualcuno in un agguato dandogli appuntamento in un luogo riparato, e vincere la resistenza della vittima non è facile, perchè rischiare di mettere in allarme i vicini usando una pistola?
Una tecnica molto usata per lo strangolamento è l’incaprettamento, dove i polsi e le caviglie vengono legati dietro la schiena, facendo passare al tempo stesso la corda intorno al collo in modo che, tentando di liberarsi, la vittima si strangoli da sè.
Il motivo dell’incaprettamento è molto banale: si tratta di fare in modo che il cadavere, così legato, possa essere trasportato senza difficoltà nel bagagliaio di un’auto per poi essere sciolto.
Un altro esempio del pragmatismo di Cosa Nostra.

In genere si ritiene che la mafia privilegi certe tecniche di omicidio rispetto ad altre: è un errore!
La mafia sceglie sempre la via più breve e meno rischiosa. Non ha nessuna preferenza per una tecnica o per un’altra.
Tutte le tecniche vanno quindi bene, purchè siano funzionali e non causino troppi problemi.

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La struttura

24 Luglio 2008 Nessun commento

Cosa Nostra possiede un arsenale completo di strumenti di morte: la lupara, il famoso fucile a canne mozze che una volta firmava i delitti mafiosi, è sempre meno adatta alle esigenze della mafia moderna che oggi preferisce generalmente le armi a canna corta come la calibro 38 e la 357 Magnum a proiettili dirompenti.
Per l’attentato a Falcone nel 1989 alla villa dell’Addaura furono piazzati 50 candelotti di esplosivo tra gli scogli.
Per gli attentati più difficili e complessi vanno bene le armi a canna lunga di fabbricazione straniera come kalashnikov, bazooka e fucili lanciagranate.
Per non parlare degli esplosivi usati anche nel 1983 (assassinio del Giudice Rocco Chinnici), nel 1992 (stragi costate la vita a Falcone e Borsellino) e nel 1993 (attentati a Roma, Milano e Firenze).

In ogni caso il modo migliore resta la lupara bianca ovvero la scomparsa della vittima senza tracce del cadavere e nemmeno di sangue.
La mafia preferisce le operazioni discrete che non attirano attenzione ed ecco perchè lo strangolamento si è affermato come la principale tecnica di omicidio di Cosa Nostra: niente rumore, niente sangue. Poi, una volta strangolata, la vittima viene sciolta nell’acido.
Il ragionamento dei mafiosi è semplice: se si attira qualcuno in un agguato dandogli appuntamento in un luogo riparato, e vincere la resistenza della vittima non è facile, perchè rischiare di mettere in allarme i vicini usando una pistola?
Una tecnica molto usata per lo strangolamento è l’incaprettamento, dove i polsi e le caviglie vengono legati dietro la schiena, facendo passare al tempo stesso la corda intorno al collo in modo che, tentando di liberarsi, la vittima si strangoli da sè.
Il motivo dell’incaprettamento è molto banale: si tratta di fare in modo che il cadavere, così legato, possa essere trasportato senza difficoltà nel bagagliaio di un’auto per poi essere sciolto.
Un altro esempio del pragmatismo di Cosa Nostra.

In genere si ritiene che la mafia privilegi certe tecniche di omicidio rispetto ad altre: è un errore!
La mafia sceglie sempre la via più breve e meno rischiosa. Non ha nessuna preferenza per una tecnica o per un’altra.
Tutte le tecniche vanno quindi bene, purchè siano funzionali e non causino troppi problemi.

L’iniziazione

24 Luglio 2008 Nessun commento

Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi ad una religione.
Al momento dell’iniziazione, il candidato o i candidati vengono condotti in una stanza, alla presenza di uomini d’onore, dove il rappresentante della famiglia espone le norme che regolano l’organizzazione, affermando prima di tutto, che quella che viene detta comunemente mafia, si chiama, in realtà, Cosa Nostra.

Avverte quindi i nuovi venuti che sono ancora in tempo a rinunciare all’affiliazione e ricorda loro gli obblighi che comporta l’appartenenza all’organizzazione fra cui: non desiderare la donna di altri uomini d’onore, non sfruttare la prostituzione, uccidere altri uomini d’onore solo in caso di necessità, evitare la delazione con la polizia, non mettersi in contrasto con altri uomini d’onore, dimostrarsi sempre seri e corretti, mantenere con gli estranei il silenzio assoluto su Cosa Nostra.

Dopo, il candidato riafferma la volontà di entrare nell’organizzazione e il rappresentante invita i nuovi venuti a scegliersi un padrino tra i presenti.

Ha quindi luogo la cerimonia del giuramento che consiste nel praticare una piccola incisione sul dito indice della mano usata dal candidato per sparare, per far uscire una goccia di sangue con cui viene imbrattata l’immagine sacra dell’Annunziata, che considerano la Patrona di Cosa Nostra.
All’immagine viene quindi dato fuoco e il candidato, cercando di non spegnerlo mentre la fa passare da una mano all’altra, giura solennemente di non tradire mai le regole di Cosa Nostra, meritando in caso contrario di bruciare come l’immagine.

Non tutti possono aderire a Cosa Nostra: essere valorosi o capaci di compiere azioni violente non sono qualità fondamentali, saper uccidere è una condizione necessaria ma non sufficiente. Tra le qualità indispensabili richieste, vi sono l’essere di sesso maschile ed il non avere nessun parente tra le forze dell’ordine o in magistratura.

Non esistono elenchi di affiliati nè ricevute dei versamenti delle quote ma le regole di Cosa Nostra sono ferree e universalmente riconosciute.

Si entra in Cosa Nostra con il sangue e se ne esce solo con il sangue!

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Dal secondo dopoguerra ai giorni nostri

23 Luglio 2008 Nessun commento

Dalla documentazione emersa in questi ultimi anni gli studiosi hanno scoperto che la mafia collaborò con gli Alleati prima e dopo la sbarco in Sicilia (luglio 1943). I servizi segreti americani avevano infatti contattato i gangsters italo-americani Lucky Luciano (in quegli anni detenuto in America ma solo per frode fiscale) e Vito Genovese (latitante) per trovare punti d’appoggio in Sicilia e trattare con i capo mafiosi Calogero Vizzini e Genco Russo. In cambio dello spionaggio a favore dell’esercito alleato, la mafia cercò di ottenere l’impunità di alcuni suoi affiliati in italia e negli usa e la garanzia per la Sicilia di un’ampia autonomia regionale, sostenuta in quel periodo da un forte movimento separatista, che disponeva persino di bande armate.

Finita la guerra, ancora d’intesa con le autorità americane, i capi mafiosi dichiararono apertamente di essere "pronti a combattere il comunismo anche con le armi".

Così mafia, indipendentismo e banditismo operarono insieme per diversi anni con particolare accanimento per impedire l’affermazione delle sinistre e l’avanzata del sindacato, soprattutto con azioni del bandito Salvatore Giuliano al quale si dovette il massacro dei contadini giunti a Portella delle Ginestre (Palermo) in occasione della Festa del Primo Maggio 1947 organizzata dalla CGIL.

Tuttavia la mafia, adeguandosi ai tempi, preferì prendere le distanze da Giuliano, che probabilmente farà assassinare nel 1950 in base ad un accordo con i carabinieri, e gettarsi direttamente nella vita politica del paese: prima sostenendo nel referendum istituzionale la monarchia, che ebbe in Sicilia un grande successo, poi i candidati del centro-destra contro i Comunisti e i Socialisti del Fronte Popolare nel 1948, ricorrendo ad intimidazioni e omicidi (dal 1945 al 1948 furono assassinati 31 sindacalisti di sinistra), rimasti regolarmente impuniti.

Fino allora orientati verso l’area liberale, massonica e monarchica,dopo il 1948 i mafiosi cominciarono ad infiltrarsi nella Democrazia Cristiana soprattutto grazie alla potentissima organizzazione cattolica dei contadini, la Coltivatori diretti.

Potè così condizionare le scelte delle amministrazioni locali, dalle quali era possibile ottenere per le ditte controllate dal crimine gli appalti e i fininziamenti destinati alle grandi opere pubbliche, come la distribuzione dell’acqua, la viabilità e l’edilizia urbana che diventeranno un punto di forza negli anni seguenti.

Rivitalizzata dalle complicità negli ambienti del potere, la mafia subì un processo di trasformazione che coincideva con altri cambiamenti di carattere politico avvenuti nell’isola e nell’italia alla fine degli anni ’50.
La Sicilia era rimasta prevalentemente agricola ed economicamente sottosviluppata, con un alto tasso di analfabeti e disoccupati, con una forte immigrazione al nord e in europa, con 1 milione circa di immigrati solo nel decennio 1955-65.
I governi nazionali, alla vigilia del centro-sinistra, avviarono attraverso gli enti statali e le amministrazioni locali, un forte intervento economico per industrializzare la regione e crearvi le necessarie infrastrutture.
Così le ulteriori opere pubbliche (come a Palermo, distrutta dalla speculazione edilizia più sfrenata) divennero fonti primarie di guadagno per impreditori mafiosi che passarono in quegli anni a metodi gangsteristici (colpi di mitra e bombe in sostituzione della vecchia lupara) per eliminare concorrenti, magistrati non compiacenti, poliziotti o carabinieri troppo curiosi.
Contemporaneamente ebbe inizio un altro importante giro d’affari, quello del contrabbando di sigarette estere, concordato con i "cugini" americani.

Senza abbandonare le vecchie forme malavitose, in questo periodo la mafia cominciò ad investire le ricchezze accumulate con i pizzi e il contrabbando, in attività "lecite" nei vari campi, dall’industria al commercio, dai mercati ortofrutticoli alle banche, tanto che gran parte dello sviluppo economico dell’isola di questi ultimi decenni è stato attribuito proprio al riciclaggio di denaro sporco impiegato dai mafiosi.

Anche il rapporto mafia-potere cambiò.
Scomparsi i tradizionali "guanti gialli" (punti di contatto tra malavita e istituzioni, che erano per lo più ricchi proprietari) subentrarono avvocati, commercialisti, professionisti della politica spesso appartenenti direttamente alla mafia.

Dal momento che la Democrazia Cristiana, l’allora maggior partito di governo, raccoglieva vasti consensi elettorali in Sicilia, venne spesso accusata di essere profondamente contaminata da presenze mafiose.
Questo non ha però escluso che anche altri partiti siano stati corrotti da un’organizzazione, senza la protezione della quale, anche ai giorni nostri, non è facile esercitare attività economiche nell’isola o essere eletti al parlamento regionale o nazionale.
Nè può essere considerata estranea ad essa la stessa organizzazione locale della Chiesa.

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Dai primi anni del Novecento al fascismo

23 Luglio 2008 Nessun commento

Furono molti e inutili i tentativi della burocrazia piemontese per debellare questa organizzazione criminale. Essi si concludevano con il trasferimento dei magistrati inquirenti o con l’assoluzione nei processi per "insufficienza di prove".
I capi mafiosi, riveriti pubblicamente, erano sempre più potenti e la loro fama cominciava ad andare oltre i confini nazionali anche per le loro efferate vendette nei confronti di chi tradiva.

Nei primi anni del Novecento si ebbero decine di sequestri e oltre 5000 omicidi nel "triangolo della mafia": 250 all’anno a Palermo, dove nel 1909 venne assassinato il tenente della polizia di New York di origini italiane Joe Petrosino, venuto appositamente per indagare sui rapporti tra la mafia siciliana e la "Mano Nera" americana.
Infatti dal flusso migratorio di siciliani in cerca di lavoro negli USA, iniziato verso la fine dell’Ottocento, erano arrivati anche compari e manovalanza mafiosa che, sovrapponendosi al gangsterismo americano, avevano creato una rete criminale internazionale collegata con la Sicilia.

Negli anni che vanno da Crispi a Giolitti e fino alla Prima Guerra Mondiale, la mafia continuò ad avere rapporti con la classe politica grazie agli accordi con la Massoneria.

I mafiosi, protetti dall’impunità, scesero in campo contro il nascente movimento socialista, che tentava di sollevare dallo sfruttamento braccianti e contadini, e seminarono il terrore assassinando militanti e sparando sui manifestanti per difendere i latifondi minacciati dalle occupazioni delle terre, come avvenne nel 1920.

Con l’avvento del fascismo, la mafia sembrò subire una battuta d’arresto, soprattutto per l’opera decisa del prefetto Cesare Mori, inviato a Trapani da mussolini dal 1924 al 1929.
Numerosi mafiosi furono tenuti sotto controllo da carabinieri e polizia, perdendo in parte il loro prestigio. Esagerando il successo e utilizzando la censura, il fascismo diffuse la convinzione di aver battuto l’organizzazione criminale e di aver riportato definitivamente l’ "ordine" in Sicilia. In realtà, anche durante il ventennio, i processi intentati ai più pericolosi personaggi si risolsero, come sempre, con assoluzioni per insufficienza di prove.

Dopo l’unità d’italia

23 Luglio 2008 Nessun commento

Durante la spedizione dei Mille e con l’Unità d’italia, numerosi gruppi mafiosi favorirono Garibaldi nella guerriglia contro i Borboni, offrendo l’aiuto determinante dei "picciotti", nella previsione di acquistare nuovi vantaggi.

Quando poi il governo italiano impose l’accentramento amministrativo, la vendita all’asta dei beni demaniali ed ecclesiastici, nuove disposizioni fiscali e la lotta al brigantaggio, il malessere della popolazione siciliana, alimentato da diffidenza e ostilità verso il nuovo Stato, sfociò nella rivolta di Palermo del 1866.

Di pari passo crebbe il consenso verso la mafia, intesa come un potere meno iniquo di quello istituzionale e si manifestò la tendenza dei siciliani di risolvere ogni questione tra loro, purtroppo con il tacito assenso della classe dirigente locale.

Fin dalle prime elezioni del nuovo regno, inoltre, cominciò il diretto intervento della mafia a sostegno dei candidati ad essa legati.
Si instaurò così un rapporto con il potere politico destinato a protrarsi sino ai giorni nostri, e che puntava a sicuri protettori nelle amministrazioni locali, in parlamento e nel governo.
In cambio dell’appoggio elettorale, la mafia otteneva la garanzia dell’impunità nelle zone da essa controllate, dove ormai si era consolidata la pratica relativa alla riscossione del pizzo.
Negli ultimi decenni del secolo, e in particolare dopo il 1876, allorchè i deputati siciliani furono determinanti per la costituzione del governo De Pretis, il potere della mafia si estese alle miniere di zolfo, alle saline, alle principali attività commerciali e bancarie, diventando il perno di tutta l’economia del triangolo occidentale.
Inoltre, dalle famiglie mafiose, per l’istruzione impartita ai figli, cominciarono ad uscire avvocati, medici, funzionari ed esponenti del clero, rafforzando i rapporti d’affari o di parentela con la borghesia benestante, non direttamente partecipe dell’organizzazione mafiosa.

Origini e sviluppi della mafia in italia

23 Luglio 2008 Nessun commento

La mafia si inserisce nel problema più vasto della "Questione meridionale".
A differenza del resto d’Europa e di molte regioni d’Italia, la Sicilia, e in particolare la zona più tradizionalista dell’isola formata dal triangolo Palermo-Trapani-Agrigento, nel corso del Settecento non era stata toccata dallo sviluppo industriale e commerciale.
Una debole borghesia continuò a vivere all’ombra della nobiltà o alle dipendenze della corrotta e inerte burocrazia borbonica, rimanendo estranea alla ventata riformatrice dell’Illuminismo.

Così il grande latifondo, simbolo di un potere immobiliare e secolare, rimase l’ossatura di tutta l’economia dell’isola, fino all’unità d’Italia e oltre.
I feudi non venivano amministrati direttamente da baroni, principi, duchi, conti o marchesi, dai quali tale funzione era considerata disdicevole, ma suddivisi in grandi tenute chiamate masserie e assegnati ai gabellotti, chiamati così dal canone d’affitto da essi pagato, la gabella.
I gabellotti, a loro volta, nel caso non coltivassero direttamente la terra, la subaffittavano in appezzamenti di varie dimensioni ad una miriade di contadini.
Ai margini di tale piramide si collocava una numerosa plebe rurale e urbana poverissima, occupata solo saltuariamente e abituata a vivere all’ombra di potenti protezioni o ad affidarsi all’assistenzialismo della Chiesa.

Da questo sistema si generò una diffusa illegalità, una sorta di giustizia privata che tutelava l’ordine ma basata sullo sfruttamento dei poveri da parte dei gabellotti.
Questi utilizzavano dipendenti armati per la riscossione degli affitti sulle terre proprie o dei signori, esercitando il vero potere nelle campagne, arbitri di dare lavoro o di toglierlo, di mandare in rovina i contadini insolventi, minacciare e usare a loro piacimento la violenza e il ricatto.
Erano inoltre gli unici in possesso delle attrezzature agricole, dei frantoi, del bestiame, delle sementi e di denaro.

Per sfuggire alle angherie e alla miseria delle loro origini, i contadini impossibilitati a pagare i fitti si riunirono in bande di briganti che compivano sequestri di persone, razzie, estorsioni, oppure imponevano versamenti di denaro ad individui o comunità a titolo di protezione.

Per gli studiosi, tali forme di comportamento, soprattutto quelle da parte dei gabellotti, erano già di stampo mafioso.

Introduzione

23 Luglio 2008 3 commenti

La Mafia è definita un’associazione criminale sorta in Sicilia nel XIX° secolo che si è successivamente trasformata in un’organizzazione affaristico-criminale di dimensioni internazionali.

Il termine ha un’etimologia incerta:
nel 1862 fu usato per designare un’associazione "malandrinesca" nel dramma folcloristico "I mafiusi della Vicaria". In questo dramma il "mafiuso" è il "camorrista", il "guappo", l’uomo d’onore, cioè colui che aderisce ad un sodalizio che si contrappone alle istituzioni e che ostenta coraggio e superiorità.

Al contrario, secondo lo storico delle tradizioni popolari Giuseppe Pitrè, il termine era in uso nel gergo di un rione popolare di Palermo ed era sinonimo di bellezza ed audacia.
In ogni caso la fortuna del termine inizia a metà dell’800 quando, nel 1865, compare in documenti ufficiali per indicare, oltre che un’associazione a delinquere, un comportamento largamente diffuso nella società siciliana.

Come ogni fenomeno di illegalità o di delinquenza organizzata, anche la mafia siciliana non può essere ricondotta alla dimensione della malvagità umana o ad una naturale propensione territoriale, ma deve essere compresa analizzando le radici sociali e le circostanze storiche che hanno permesso la nascita e lo sviluppo di questa organizzazione.

Il suo sviluppo in Sicilia inizia come appendice del più complesso problema del Mezzogiorno, cioè la "questione Meridionale", che, emersa al tempo dell’Unità d’Italia, ha favorito il radicamento della mafia proprio nella struttura socio-economica feudale: il latifondo.
Esso era la struttura portante dell’economia siciliana ed era caratterizzato dall’assenza del proprietario, il quale viveva solitamente di rendita poichè affidava la gestione del feudo ad un affittuario, il gabellotto, e ad altre figure minori come il campiere, ovvero la guardia privata, che a sua volta si garantiva il profitto sicuro sfruttando il lavoro dei contadini.
I mafiosi andrebbero individuati proprio in queste due figure che, speculando sul lavoro dei contadini, assicuravano la sopravvivenza di questa struttura feudale.

L’idea della mafia potrebbe essere associata all’arretratezza culturale ma, se così fosse, la modernizzazione, ovvero le riforme sociali, avrebbe potuto rappresentarne l’antidoto. Invece le riforme istituite per promuovere lo sviluppo capitalistico nel Meridione, come la "Cassa del Mezzogiorno", hanno contribuito a rendere i mafiosi ancora più potenti e ricchi di prima.
La modernizzazione non si rivelò quindi affatto nemica della mafia, che, dimostrando invece sorprendenti capacità di adattamento, fu in grado di resistere a qualsiasi tipo di cambiamento.
Il mafioso, in seguito ai cambiamenti socio-econimici, cominciò a cambiare mentalità, facendo coincidere l’onore con la ricchezza e considerando l’accumulazione di capitale come unico scopo della vita. Il tutto senza naturalmente rinunciare alla violenza.

A tutto ciò si aggiunse anche l’acquisizione e la gestione del potere, che ha determinato un radicale cambiamento del sistema mafioso in seguito al passaggio del comando da una famiglia ad un’altra in seguito alla "Grande Guerra di mafia" (1981/1983).
Le famiglie vincitrici cambiarono l’organizzazione interna dell’associazione e iniziarono a colpire con spietata determinazione i membri dello Stato che intendevano contrastare la sua crescita criminale e gli appartenenti alla classe politica non più disposti a collaborare con la mafia come in passato.

Dobbiamo ricordare che, dopo la guerra interna all’organizzazione, i mafiosi hanno cambiato strategia nei confronti dello Stato, passando da un relativo clima di status quo ad un attacco frontale che ha portato alla probabile partecipazione alle stragi di Bologna (1980) e del Rapido 904 nella Val di Sambro (1984) e agli assassinii di numerosi giornalisti e sindacalisti, sino ad una presunta partecipazione al sequestro e omicidio del Segratario della DC Aldo Moro.

La tensione raggiunse l’apice nel biennio 1992/1993, dopo la conferma della Corte di Cassazione delle pesantissime condanne inflitte ai mafiosi dal maxi-processo di Palermo.
La risposta mafiosa fu terribile e si concretizzò nelle tristemente note stragi di Capaci e Via d’Amelio dove persero la vita, con le rispettive scorte, i Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nell’omicidio di Salvo Lima e nelle autobombe di Firenze, Milano e Roma.

E’ altrettanto noto che l’arrogante sfida mafiosa venne duramente punita dallo Stato che, attraverso una legislazione di emergenza che prevedeva condanne più severe per i mafiosi, l’istituzione di reparti antimafia come la DIA e la DNA, l’utilizzo dell’Esercito in Sicilia e la collaborazione dei sempre più numerosi e criticati pentiti, riuscì nel giro di un anno ad arrestare noti capimafia come Nitto Santapaola e Totò Riina.

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